Cherie, grida infantili al mare, una foto sbiadita degli anni 20, i colori, i profumi, le emozioni sono tutti racchiusi dentro un flebile ricordo, a cui nessuna foto scattata nel primo dopoguerra potrà rendere giustizia.
Cherie in un lettino angusto dentro la sua casa ormai prossima all’abbandono, messa in vendita da quei parenti casuali, attende Cherie che la malattia finisca di consumarla, mentre di lei non rimane che un mucchietto di ossa e pelle aggrappate a un fil di flebo.
Certo sarebbe più sopportabile la vita, se non dovesse finire così, lentamente e con dolore, bruciarsi come una candelina, anzi come novanta candeline, tra dolori, radioterapia, ossa rotte.
E tu puoi anche urlare e spazientirti Cherie, minacciando di buttarti giù dal seggiolone, o esasperandoti esclamando “Ma io non pensavo sarebbe finita così”! A dura prova ti ha messo la vita Cherie, togliendoti ad uno ad uno sorelle, fratelli, eri rimasta solo tu, forte, impavida, aggrappata ad una vita che non voleva passare. E ora: quei cruciverba della Settimana Enigmistica non li risolvi più, quella strana donna che ti mette a dormire non sai nemmeno chi sia, i giorni sono lunghi e anche le notti, quelle notti n cui vorresti passeggiare sul tuo girello e che potrebbero essere tra le ultime.
Cammina Cherie, i tuoi passi lenti, in barba alla vita che soffia via lontano ogni giorno di più.
Quegli oggetti che sono rimasti sempre nella tua casa e che hanno segnato momenti, ricordi, persone, chissà dove andranno quando non sarai più tu a custodirli e a raccontare di essi la storia.
La casa a Sabaudia, il vaporetto all’orizzonte, tua sorella prende un té sulla veranda, le foto dei tuoi zii alla parete, la tua pelle liscia di giovinetta e il cappellino, la borsetta attorno al polso fino, risate di ragazze echeggiano nell’aria estiva, il riverbero delle onde sulla spiaggia dorata.
Questa è l’immagine che dovrai portare con te, quando chiudi gli occhi, pensala talmente forte, per ritrovarti all’improvviso lì, giovane come allora, come se tutto questo dolore non fosse mai accaduto, come se quegli estranei che ti accudivano non fossero mai esistiti, come se quella casa non l’avessi mai abbandonata.
Ti troverai all’improvviso lì, sul terrazzino della tua villa a Sabaudia, a prendere un té, osservando il vaporetto.
Ci ritroveremo lì, un giorno, e non smetterò di ascoltare ciò che hai da raccontare ancora.
Mi sento una donna inadeguata al tempo. Quando avevo vent’anni guardavo le quarantenni con un’ombra di invidia: quelle donne che tutto conoscevano, che potevano usare ogni trucco per ammaliare un uomo, soprattutto se più giovane. Mi sentivo minacciata da quelle quarantenni belle, che avevano usato il tempo a loro favore, che profumavano di femminilità concentrata, che minacciavano i miei amori.
Ora che mi sto avvicinando a questo ideale di donna che invidiavo ed ammiravo allo stesso tempo mi volgo invece verso le ragazzine, quelle che sono come ero io un tempo. Fresche, civettuole, colorate, ma soprattutto ventenni. Quelle sono la tipologia di femmina che piace a Lui: da piccola amavo gli uomini adulti che andavano dunque dietro a donne adulte, da grande amo piccoli uomini che si trovano a loro agio accanto a piccole donne alla scoperta della vita.
Insomma trovo sempre una scusa per sentirmi inadeguata.
Mi chiedo se invece maschi e femmine risolti si sentano adeguati nella loro vita domestica firmata da Ikea – Mondoconvenienza:
il vestito bianco e il vestito gessato acquistati da Celli Sposa, made in Burinia; la cucina in puro legno d’acero buia, lucidata con cera d’api ogni mattina, scura, squadrata, ordinata con immancabile frigo Smeg bianco; il permesso di lavoro preso per fare sesso in modo tale da concepire un figlio, sesso a tutte le ore, prestabilito, automatico, sesso fatto come se fosse un lavoro, sesso frustrato se il tentativo di concepire fallisce, sesso come insegna il personaggio abusato e frustrato del film Alfredo Alfredo interpretato da Dustin Hoffmann; fila al discount, facce pallide, occhiaie sotto gli occhi, mariti che dicono le parolacce perché frustrati da bimbi urlanti, folla, attesa, soldi che finiscono prima della fine del mese; donne che hanno dimenticato cosa sia la passione e non si rilassano nemmeno dal parrucchiere perché portano con loro i figli viziati che in continuazione reclamano attenzioni.
Questo è il senso della vita?
Probabilmente quando ero una ragazzina sciapa di diciotto anni avevo già scelto la donna che avrei voluto diventare: rimanere esattamente superficiale, sfidando il tempo che cerca di standardizzarti con la scusa della “maturità”. Volevo diventare una donna che manteneva le stesse qualità di una ragazzina: questo deve aver pensato una mia vecchia compagna di liceo, incontrata dopo 15 anni per strada, per puro caso, trafelata col suo passeggino e la sua aria da moglie e mamma. Non ci vedevamo dalla cena di fine anno dopo la maturità: lei mi rivede con il mio vestitino corto rosa shocking, i miei tacchi 12 e cinque buste per mano con nomi di profumerie, abbigliamento, scarpe.
- Io vado di fretta, ho un sacco di cose da fare sai la casa e i bimbi il fine settimana non è mai tempo per riposarsi… e tu? – mi chiede
- Io il fine settimana mi riposo ed infatti come puoi vedere lo dedico allo shopping.
Mi sono sentita quasi in colpa per quello che ho detto, mi sono sentita come una donna senza responsabilità nonostante i suoi trent’anni suonati, spendacciona, superficiale, incurante dei sacrifici: che differenza esisteva tra la me di quindici anni fa e la me di adesso? Nessuna. Non ero cresciuta. Ma paradossalmente ero diventata ciò che volevo ovvero ero rimasta uguale a me stessa. Se non fosse stato così avrei sentito di certo la mia mancanza.
Mi sentii ingiustamente felice all’improvviso. Mi sono goduta quel momento: “grazie per non essertene andata via! Grazie per non esserti fatta fregare dal tempo” ho detto a me stessa.
Per 10 persone cattive che ho incontrato almeno 1 si è rivelata indispensabile per la mia sopravvivenza.
Forse mi dovrei concentrare su questo aspetto: non su chi mi critica, non su chi non investirebbe un centesimo su di me, ma su tutti quelli che, incontrati per caso, mi hanno teso una mano senza chiedermi niente in cambio. Su quelle persone che ci hanno messo la faccia per scommettere su di me ed hanno vinto, su quelle persone che mi hanno dato una spinta ogni volta che ho avuto paura, per costringermi a tuffarmi in un’imperdibile avventura o per farmi salire in vetta perché quello era il posto che secondo loro meritavo.
Manca la fiducia in me stessa, questo mi frega. Ed è anche per questo che piuttosto che concentrarmi su quelle poche persone che hanno dato non solo un senso alla mia vita, ma anche una svolta, mi concentro su quelle che, pur non scoprendomi, mi hanno puntato il dito contro: su chi ha deliberatamente ammesso che non valevo nulla, su chi si è comportato da amico mentre mi stava pugnalando alle spalle, su chi ha criticato la mia personalità. Bene, tutte queste persone che si sono autocandidate come esempi di perfezione umana quanta strada hanno fatto nella vita rispetto a me? Sono felici, realizzate, sono esenti da qualsiasi critica nei loro confronti?
Ed io stupidamente ascolto queste persone perchè mi convinco che la perfezione risieda nel piacere anche a chi aspetta il tuo insuccesso: conquistare queste persone significa dar prova di essere infallibili. E se non ci riesco allora mi annichilisco sempre di più e forse mi piace un po’ quel retrogusto di masochistico piacere nel pensare che si hanno ragione loro, si io sono una merda e non c’è futuro per me.
Al diavolo, la guerra è guerra. E se ti dichiarano guerra non esitare a tirare le bombe.
Ringrazio vivamente tutte quelle persone che mi hanno dato una chance, in minoranza rispetto a quelle che hanno cercato di abbattermi, ma sicuramente più efficaci. Perchè io sono ancora qui, viva e soprattutto più in alto di queste persone.
Una cosa ho imparato da loro: che io non saprò mai essere falsa e che continuerò ad apprezzare l’umiltà nella gente e la trasparenza e che a chiunque mi dia l’impressione di possedere queste doti darò una chance. Ma per gli altri non ci sarà assolutamente pace: per gli altri io rimarrò viva, con la mia intelligenza, la mia forza e la mia bellezza!
Mi guardo allo specchio mettendomi di profilo. Il vestitino leggero mi cade perfetto lungo gli addominali.
Tiro il vestito all’altezza del ventre: così una donna di trent’anni dovrebbe stare, col pancione in attesa di scodellare un bimbo.
Rimetto il vestito a posto. Nonostante il tempo io non intendo diventare una di queste donne. Forse più tardi, ma ho paura che il mio rimandare sia solo per dire velatamente mai… mai diventerò una di queste donne, mi dispiace per genitori e parenti che sperano.
Mi viene in mente un mio ex che si fermava davanti ad ogni vetrina con esposti vestitini per bambini ed io gli dicevo che se aveva in mente di fare un figlio poteva scordarselo di farlo con me. “Non sarai mica una di quelle donne che non vogliono fare figli perché altrimenti si rovina il corpo?” mi chiedeva lui con disprezzo ed in quel tono mi sembrava di intuire che lui volesse controllare da bravo futuro maritino padroncino il mio corpo, la mia vita, le mie scelte anzi più il mio corpo si sarebbe disfatto e meno probabilità ci sarebbero state di tradirlo. Ebbene a distanza di tanti anni risponderei a lui e a tutti quegli uomini padroni potenziali stalker che si, io sono una di quelle donne che non vogliono fare figli perché altrimenti il corpo si sciupa.
Poi mi viene in mente Lui. Dieci anni più giovane, mantenuto, studente, col suo fare infantile, lui che timido quando mi vede mi saluta da lontano e ci pensa se venire verso di me o no, lui che nel profondo del cuore sento che vorrebbe anche solo posare per un secondo le labbra sulle mie per poi fuggire, lui che potrebbe tremare per un solo istante, lui col tatuaggio sbiadito attorno alla caviglia, lui che con una donna più adulta perde ogni sicurezza.
E forse si con lui un figlio lo farei, senza pensare ai rischi di disfacimento fisico, senza pensare ai problemi economici a cui si andrebbe incontro, senza pensare che lui non è un uomo, non ha futuro, che la favola finisce, che l’amore pure finisce di fronte alle avversità del tempo. Si con lui un figlio penso che lo farei, forse perché so che sarà impossibile ed è per questo che progettare una vita insieme a lui non mi fa paura.
Per cui mi chiedo: esiste un amore che sopravvive alle noie della routine quotidiana, che superi le prove di pannolini, pappe, file al supermercato del centro commerciale, traffico sul raccordo? Se il cuore continuasse a battere all’impazzata tanto da rimanere estraneo all’abitudine ammetterei che questo tipo di amore potrebbe sopravvivere senza ombra di dubbio.
Quasi le 22. Non ho fame. Cerco uno stimolo. Non lo trovo. Da qualche parte, nel fondo della mia anima inquieta ho perso anche lui da qualche giorno. Mi sveglio al mattino e penso: ” E beh?”.
Non penso più né a quello che (non) è successo il giorno prima, né a quello che potrebbe succedere domani. Non c’è più spazio per pensare, per sperare, per sentirsi innamorati, elettrizzati, realizzati: è solo il momento di sentirsi stupide, rifiutate, fallite. I giorni passano inesorabili… ho solo due giorni a settimana a disposizione per vederlo, due giorni che si stanno riducendo sempre di più. Maledetta Pasqua, maledetto luglio, maledetto tempo che sta ponendo fine ai nostri incontri, che è stato improduttivo, maledetta me che non sono riuscita a piacergli abbastanza.
Al diavolo anche lui: – Hai messo il grasso qui! – mi dice toccandosi i fianchi.
Chiaro che non ho messo nessun filo di grasso, chiaro che posso ammazzarmi di addominali, ma io gli farò sempre schifo, perché se un interruttore non scatta è inutile insistere.
Vorrei avere il suo numero, chiamarlo e dirgli: “Bambino non mi interessa con chi stai stasera, io voglio vederti adesso, me lo devi dire in faccia ed esplicitamente che ti faccio schifo, me lo devi dire perché sono stufa di giocare!”
Chi vuole giocare? Magari lui non ne ha nemmeno intenzione. Del resto se avesse voluto quel cazzo di numero di cellulare che gli ho lasciato lo avrebbe usato.
E ora cosa mi è successo? Sento l’odore dei suoi vestiti puliti, ma se mi concentro sul suo volto è un rumore sordo quel che provo. La disillusione ha divorato ogni sentimento, la spontaneità delle emozioni si è spenta di fronte alla stanchezza di tutti i nostri discorsi sterili. Ma l’orgoglio, quella ancora brucia. E non saprei davvero spiegarmi perché.
Vorrei solo addormentarmi adesso e svegliarmi solo per dirgli di baciarmi prima che il mio cuore arido muoia per sempre.
Mi pento sempre quando apro il mio cuore e confesso ai fantasmi quanto di più intimo esso conserva. Mi pento perchè prima o poi ogni aspettativa viene delusa, perchè spesso si preferisce distruggere e non costruire, perché si finisce sempre con l’avvilire.
Talvolta l’animo si ritrova ad essere come una sottile pellicola di velina e forse è in quei momenti che diventiamo più egoisti, sordi al mondo che ci circonda, tanto da apparire cattivi, mentre stiamo solo ricacciando dentro le lacrime.
La mia vita è come un vestitino che mi hanno fatto indossare, mi sta davvero bene, ma non l’ho scelto io. Fosse stato per me avrei scelto un abitino succinto ed appariscente da mettermi addosso, ma so che non avrei mai avuto il coraggio di mostrarmi e che mi sarei sentita a disagio.
E allora: mi sono concentrata sul silenzio improvviso che mi si è creato intorno, e ho viaggiato dentro me stessa per risalire ai primordi della mia rabbia. E ho ricordato che la pazienza non è mai stata la mia dote, che piuttosto meglio rimanere soli, che questa solitudine mi spaventa ma allo stesso tempo non ne posso fare a meno, che la presenza di altri talvolta l’avverto come invasiva eppur a tratti ne sono dipendente.
Ma oggi: oggi è uno di quei giorni in cui vorrei far sparire il mondo, oggi è uno di quei giorni in cui mi pento di essermi mai raccontata, oggi è uno di quei giorni in cui maledico il far finta di non vederti ogni volta che mi stai vicino, oggi è uno di quei giorni in cui detesto me stessa per non averti confessato che ti amavo, e ti amavo senza speranze. Avrei affidato anche a te un pezzo del mio cuore nello svelare il mio segreto e mi sarei pentita, come continuo a pentirmi ancora ogni volta che svelo al mondo una parte di me, ogni volta che mi fido, ogni volta in cui confido.
Alla fine mi rendo conto di conquistare sempre chi in realtà non sto cercando, conquisto ciò di cui non ho bisogno, ciò che quasi mi ripugna.
Non ho conquistato te, non ho conquistato realmente il tuo sorriso ed ora ho perso anche quell’amore per cui gioivo.
Un capolavoro dell’anima, un’occasione a cui hai rinunciato: ecco cos’era il mio amore per te.
Quando si ritrova un perduto equilibrio si ha l’impressione di sentirsi meglio, eppure la nostra anima, nel profondo, l’avvertiamo come svuotata: così mi sento io, finalmente nuda senza la mia maschera, mentre interpreto un tragico personaggio e tu ormai lontano scacciato via in malo modo.
Saprai mai perché ti ho cacciato via? Chissà se riuscirei finalmente ad aprirti quel cuore egoista e sordo che hai se ti svelassi il perché.
Ti ho cacciato perché guardarti mi fa sempre male, perchè innamorarmi di te non è stato giusto, perchè non mi restituisci nulla in cambio se non derisione e distacco ed io, a causa tua, mi distraggo da ciò che c’è di bello nella vita concentrandomi sul male che ignaro mi procuri.
Eppure mi manchi. Eppure vorrei che mi guardassi ancora. Eppure vorrei amarti ancora.
Basterebbe solo che tu iniziassi ad essere l’uomo che aspettavo per riaccendere l’entusiasmo che provavo ogni volta che ti avevo accanto.
Basterebbe questo se solo tu lo facessi ora, se mi venissi incontro ora e mi dicessi ora che sei fuggito da me per paura, se mi parlassi chiaro ora.
Riuscissi solo a parlarti chiaro anch’io senza reprimere ogni emozione che ti regalo ogni giorno.
Ma non ci sono io dentro di te. Non ci sono stata mai.
Spenta accetto inesorabile che questo amore stia passando per sempre.
Alla fine quelle lacrime arrivarono. Arrivarono appena mi svegliai, quando tenevo ancora gli occhi chiusi, arrivarono dopo un sogno bellissimo, in cui baciavo le sue labbra ed immediatamente sentii un sapore amaro, così amaro che rimasi interdetta, e note di pianoforte laceranti iniziarono a suonare.
Mi faceva male un braccio, per quello mi svegliai. Non era solo il corpo a farmi male. Il dolore proveniva da dentro: era lo stesso spirito ad essere indolenzito.
Quante azioni possiamo controllare noi umani, ma i sentimenti quelli no, i sentimenti nascono spontanei, come una malattia.
Forse é stato questo il motivo di quelle lacrime mattutine, amare come quelle labbra nel sogno. Lacrime di espiazione, lacrime che forse volevano lavar via il senso di colpa. Eppure erano aride assai: mi rendevo conto che per piangere facevo davvero un grande sforzo. Piangere mi avrebbe reso più umana, magari anche lodevole, una brava persona insomma che è consapevole dei propri errori.
-Ora singhiozza!- mi ordinava la coscienza.
Ma nulla, le mie guance erano già asciutte. E’ che al centro di ogni amore bisognerebbe porre se stessi, chiedersi in continuazione in che modo possiamo renderci più felici, in che modo possiamo eventualmente trovare una via di fuga dalla noia, in che modo possiamo conquistarci il nostro paracadute per cadere, eventualmente, sempre sul morbido.
E questo bisogno di ossigeno continuo spesso ci conduce a trovare degli espedienti illeciti.
Sarebbe stato molto più facile confessarti che mi mozzavi il respiro, che tu stesso eri quella sensazione di apnea, sarebbe stato molto più facile dirti: “Sei bellissimo” senza aspettarsi nulla, né un “grazie” né la restituzione cordiale e per nulla sentita del mio complimento, senza temere una tua fuga o la tua mano che distendendosi verso di me sottolineava la distanza da mantenere tra di noi.
Sarebbe stato tutto molto più facile essere onesti, senza tutte quelle tattiche inutili dettate da tabù ed ipocriti protocolli sociali, senza quell’indifferenza studiata apposta per cancellarti dalla mente paragonabile allo sforzo di spingere una palla di gomma infondo all’acqua che poi dopo rimbalza in superficie con una forza ancor più potente.
Tutto sarebbe molto più facile se ci rendessimo conto di quanto si può uccidere il nostro prossimo anche solo con uno sguardo. Tutto sarebbe molto più facile se non mi fossi innamorata mai di quello sguardo.
Innamorarsi è come il morbillo. Prima o poi lo prendi e se lo prendi in avanti con gli anni i sintomi sono ben peggiori. Ben peggiori se questo amore così forte e travolgente che annulla perfino le certezze che ti sei conquistata nella vita, magari una convivenza serena, non è ricambiato. E se ci si innamora di qualcuno che non ricambia, ma allo stesso tempo fornisce false speranze e disillusioni i risultati sono catastrofici: perché a quel punto entrano in gioco il sogno, l’idealizzazione, la certezza di una conquista ed improvvisamente la sconfitta. Ci si innamora il doppio.
Un passo avanti di lui corrisponde a dieci passi indietro per ragioni inspiegabili. Non facciamoci del male ulteriore: se lui sfugge non è per paura ma é solo perché, nonostante quell’invito a cena, per esempio, non nutriva affatto interesse. Spesso si tratta di ragazzi o più semplicemente di uomini bambini che non cresceranno mai e che non sanno mai quello che fanno e perché lo fanno.
L’elaborazione di un rifiuto è tanto difficile quanto l’laborazione di un lutto: non per tutti è accettabile che quella persona ha cessato di far parte della nostra vita. E allora si accende la speranza che ci sia una possibilità di rincontrarsi ancora, di ritrovarsi finalmente, ma è solo un espediente che usiamo per tenere sotto controllo il dolore.
Io non so quale sia la ricetta per accettare un rifiuto e disinnamorarsi: è una condizione che considero come una sconfitta che magari ci ha preservato da tanti guai ma pur sempre una sconfitta rimane. Come abbiamo potuto innamorarci di un ragazzo o di un uomo che non poteva interessarsi a noi? E a questo punto crolla l’autostima e si incrementa l’innamoramento nei confronti di questa persona che ha ferito il nostro orgoglio.
Guarire da un amore non corrisposto, non è semplice. Non si vuole guarire, perchè non ci si arrende al no ricevuto e le speranze vengono magari continuamente alimentate da eventuali incontri che si accompagnano ad altrettanti discorsi che ci fanno scambiare un ateggiamento cordiale in interesse. L’interesse si manifesta solo ed esclusivamente con la volontà di incontrarsi se invece si verifica la fuga il verdetto è: rifiuto.
Quindi ricapitolando: io non voglio guarire da questo amore perchè fondamentalmente non mi sono arresa al rifiuto; ma nel mio profondo so di essere stata vittima di un rifiuto. C’è un metodo che devo sperimentare: una bella bottiglia di Barbera D’Alba da scolarsi interamente in solo mezz’ora e ad ogni bicchiere ripetere almeno una cinquantina di volte “non gli interesso non gli interesso non gli interesso”, poi bersi un sorso tutto d’un fiato e subito dopo rincominciare a ripetersi “non gli interesso non gli interesso non gli interesso” e poi altro bicchiere e così via.
La mente è malleabile forse con l’aiuto di training di autoconvincimento + alcol dopo aver assorbito il concetto saprà anche governare il cuore. Ovviamente bisogna assorbire bene anche l’alcol altrimenti il dolore non annega quindi Barbera D’Alba da consumarsi a stomaco rigorosamente vuoto.
Innamorarsi dopo i quarant’anni è ridicolo? Questo il titolo di un articolo del Corriere.it che riporta la dichiarazione al veleno di una ventenne che pugnala le donne quarantenni le quali , nonostante l’età, osano innamorarsi.
Premetto io odio le ventenni: le odio forse perché sono innamorata di un ventenne, io trentenne, e mi sono resa conto nonostante non abbia ancora compiuto quarant’anni che, con certi ventenni certe trentenni non hanno davvero alcuna chance.
La ragazzina, che forse appartiene proprio alla categoria che preferisce il mio amore non corrisposto di dieci anni più giovane, giudica ridicola una donna di quarant’anni che si innamora : con tutte quelle rughe chi se la piglia?
Per gli uomini è diverso, sempre secondo la ragazzina, per loro è sufficiente avere tanti soldi e belle macchine e chi se ne frega se hanno la pancia e pochi capelli: le femmine, quelle appetibili, quelle giovani, secondo l’opinione di questa stronza ventenne, non considerano questi piccoli dettagli, ma si accontentano (perché io questo verbo userei, accontentarsi) del benessere economico che questi donnaioli (perchè di questa categoria si tratta) sono in grado di garantire.
Ammetto che questa considerazione così superficiale sull’amore delle donne a quarant’anni mi ha molto urtato: innanzitutto perché la ventenne ragiona come se questi vent’anni per lei durassero a vita. Prima o poi quarant’anni ce li avrà anche lei e dovrebbe iniziare a fare i conti con questa realtà piuttosto che puntare il dito contro modelli di donne a cui per una serie di circostanze potrebbe anche assomigliare in futuro. E poi perché io mi rifiuto di pensare che se qualcosa, nel corso della mia vita, dovesse andare storto, perché ho quarant’anni e qualche ruga devo rinunciare a piacere agli uomini, ad innamorarmi ancora e dovrei rinchiudermi in casa e vergognarmi di me stessa.
A quarant’anni una donna deve preoccuparsi delle rughe, a venti però si preoccupava dei buchi della cellulite sul culo: ecco cara ragazzina figa che umili le quarantenni, tu quante smagliature hai su fianchi, quanta cellulite tratti con Somatoline? Perché quelli sono problemi con cui certe donne imparano a combattere da sempre, giovani o no. Quando andavo al liceo c’era una vera e propria battaglia sui canoni estetici: negli spogliatoi si guardava il culo di questa o di quella per vedere se era disastroso oppure no e poi in classe fioccavano i commentini “quella è fatta proprio male, ammazza che corpo che ha quell’altra!”. Chi aveva un fisico disastroso non aveva diritto né ad innamorarsi né ad uscire e presentarsi al pubblico: il discorso quindi non verte sull’età ma su un vero e proprio, superficiale, vergognoso, senso estetico che sfocia in discriminazione.
Le rughe non sono di certo ridicole per una donna, le donne che vogliono rimanere giovani a tutti i costi, quelle con le labbra a canotto e la faccia a forma di natiche, quelle si che sono ridicole.
Il problema non è innamorarsi ma è di chi ci si innamora: non se la passano di certo meglio quei “vitelloni amici di mio padre” di cui parla la ragazzina ventenne, che pensano di avere diritto a provarci con una ragazza più giovane perché hanno i soldi, il macchinone etc.
Loro possono anche riuscire a portarsele a letto queste ragazze senza rispetto per se stesse, ma certo non possono illudersi di farle innamorare. E chi si innamora di questa categoria di uomo sta ovviamente perdendo tempo.
Innamorarsi è importante a tutte le età, l’unica faccenda è non perdere mai di vista se stessi : una donna così come un uomo, acquisiscono tanto più fascino quanto più accettano la loro età. Se invece si inizia a voler sembrare qualcuno diverso da ciò che si é, più giovani sempre a tutti i costi, imitando anche il modo di pensare di certi ventenni, allora si che si scade nel ridicolo agli occhi di questi ragazzini.
Voglio vedere cara ventenne che scrivi sul Corriere.it sputando sulle amiche di tua mamma che tipo di donna sarai alle soglie del 2030. Vorrei essere viva per farmelo raccontare.
Video importato
Io e te ne abbiam vista qualcuna – vissuta qualcuna
ed abbiamo capito per bene – il termine insieme
mentre il sole alle spalle pian piano ca giù
e quel sole vorresti non essere tu
e così hai ripreso a fumare – a darti da fare
è andata come doveva – come poteva
quante briciole restano dietro di noi
o brindiamo alla nostra o brindiamo a chi vuoi
l’amore conta
l’amore conta
conosci un altro modo
per fregar la morte?
nessuno dice mai se prima o poi
e forse qualche dio non ha finito con noi
l’amore conta
io e te ci siam tolti le voglie
ognuno i suoi sbagli
è un peccato per quelle promesse
oneste ma grosse
ci si sceglie per farselo un pò in compagnia
questo viaggio in cui non si ripassa dal via
l’amore conta – l’amore conta
e conta gli anni a chi non è mai stato pronto
nessuno dice mai che sia facile
e forse qualche dio non ha finito con te
grazie per il tempo pieno
grazie per la te più vera
grazie per i denti stretti
i difetti
per le botte d’allegria
per la nostra fantasia
l’amore conta
l’amore conta
conosci un altro modo per fregar la morte?
nessuno dice mai se prima o se poi
e forse qualche dio non ha finito con noi
l’amore conta
l’amore conta
per quanto tiri sai
che la coperta è corta
nessuno dice mai che sia facile
e forse qualche dio non ha finito con te
l’amore conta
Ho guardato verso lo Zenit perchè i miei occhi arrivano fin lì.Nadir, il mio nome, invece vuol dire "Punto agli antipodi dello Zenit e rappresentante del sud assoluto"... ma come si fa a volgere lo sguardo verso il Sud assoluto? Come possiamo arrivare al Sud assoluto con i nostri occhi umani?
World is pumpin’
ipse dixit
"Il tragico non è quando non riesci a essere te stesso. Il tragico è quando essere te stesso significa solamente essere quello che vogliono gli altri."
E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. (Einstein)
Abyssus
Ho toccato il fondo ma non importa: chi non annega riemerge più forte
I got my wheels
I got my clean shirt
I've got enough to get me where she'll be
Skin is burning
The heart's on fire
Take my own dream
To the sea
All I know is
She will be there
Turn it up
Turn it on
All summer long
Turn it up
Look ahead
There's nothing but blue sky
Kiss the rain
And laugh as it goes by
Learn to smile
While everyone else cries
Sing this song
All summer long
All summer long
Turn it up
I've been waiting
Through the winter
I've been dreaming
Of this day
All I know is
She will be there
Turn it up
Turn it on
Turn it up
Turn it on
All summer long
Broken Strings
alla mia marea che non passa e non macina
Let me hold you
For the last time
It's the last chance to feel again
But you broke me
Now I can't feel anything
When I love you,
It's so untrue
I can't even convince myself
When I'm speaking,
It's the voice of someone else
Oh it tears me up
I try to hold on, but it hurts too much
I try to forgive,
but it's not enough to make it all okay
You can't play on broken strings
You can't feel anything
that your heart don't want to feel
I can't tell you something that ain't real
Oh the truth hurts
And lies worse
How can I give anymore
When I love you a little less than before
Oh what are we doing
We are turning into dust
Playing house in the ruins of us
Running back through the fire
When there's nothing left to save
It's like chasing the very last train
when it's too late
Oh it tears me up
I try to hold on, but it hurts too much
I try to forgive,
but it's not enough to make it all okay
You can't play on broken strings
You can't feel anything
that your heart don't want to feel
I can't tell something that ain't real
Well the truth hurts,
And lies worse
How can I give anymore
When I love you a little less than before
But we're running through the fire
When there's nothing left to save
It's like chasing the very last train
When we both know it's too late
You can't play on broken strings
You can't feel anything
that your heart don't want to feel
I cant tell you something that ain't real
Well truth hurts,
And lies worse
How can I give anymore
When I love you a little
less than before
Let me hold you for the last time
It's the last chance to feel again
Come in un romanzo di Alessandra Montrucchio
(...) E in palestra, tra palestrare che parlano di parrucchieri e palestrari che parlano di calcio, Stefania incrocia Stefano: Stefano che ha la nuca sottile e delicata, Stefano che profuma di legno di sandalo, Stefano che ha quindici anni. Tenero come mai potrebbe esserlo un coetaneo in carriera, timido e impacciato ma leale e sincero da non potergli resistere. Ma poi, perché resistere? Una storia tra un quindicenne e una ventiseienne non è ridicola, non è neanche un caso di "pedofilia": è una storia, semplicemente una storia. E dimostra, con ritmo e gioiosità, che si può vivere un amore impudente (e imprudente) senza perdere la purezza.
Alle Porte Del Sogno
Dimenticare
alle porte del sogno incontrarti e parlare
Dimenticare
alle porte del sogno invitarti a ballare
Dimenticare
ai bordi del cielo toccarti e volare
Dimenticare
alle porte del sogno baciarti e restare
Grazie per avermi spezzato il cuore
finalmente la luce riesce a entrare
Strano a dirsi ho trovato pace
In questa palude
mentre una sera scagliava invece
Musicali Promesse
di apocalisse
Grazie per l'invito a...
Dimenticare
le notti, le albe, il vino, le lotte
alle porte del sogno incontrarti e parlare
Dimenticare
alle porte del sogno invitarti a ballare
i giorni, le luci, le stande d'albergo, le voci
Dimenticare
ai bordi del cielo baciarti e suonare
i porti, le nebbie, gli inverni, l'orgoglio
Dimenticare
il vento, gli scherzi, le foglie, le ombre, l'odio
Alle porte del sogno sposarti ogni giorno
Grazie per avermi spezzato il cuore
finalmente la luce riesce a entrare
Strano a dirsi ho trovato pace
In questa palude
mentre una sera scagliava invece
Musicali Promesse
di apocalisse
Grazie per l'invito a...
A dimenticare
Strano a dirti ho trovato pace
Alle porte del sogno
Rivedo i porti, le nebbie, gli inverni, le ombre, le inutili piogge
le albe, le lotte, le luci, i giorni, le notte, le stanze d'albergo
L'orgoglio.
10 giugno 2010: CIAO MORGEN